La guerra in Medio Oriente non solo sta ridisegnando gli equilibri geopolitici mondiali, ma sta avendo un effetto domino devastante su uno dei settori più globalizzati, ossia l’industria della moda. Fino a pochi mesi fa l’area del Golfo Persico era una frontiera dorata del lusso, la nuova “Eldorado” della moda, un mercato in forte espansione capace di compensare i rallentamenti in Europa e in Asia causati dall’inflazione.
Oggi, quell’oasi dorata, fatta di boutique a 5 stelle e resort di lusso, si ritrova totalmente paralizzata. Le conseguenze per i grandi marchi, dalla logistica fino ai bilanci, si fanno sentire prepotentemente, impattando naturalmente anche sul settore moda in Italia.
Guerra in Medio oriente: trasporti paralizzati e costi alle stelle
Il principale impatto del conflitto riguarda la catena di approvvigionamento. Il blocco totale o parziale di alcuni snodi cruciali del commercio mondiale, come lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso, ha gettato totalmente nel caos l’intera catena commerciale internazionale.
Per avere un’idea della gravità della situazione, basti sapere che oltre il 75% delle importazioni europee di abbigliamento dall’Asia passa proprio per il Mar Rosso. Le navi cargo, costrette a deviare verso il Capo di Buona Speranza, accumulano ritardi fino a 15-20 giorni, mentre anche il trasporto aereo cargo, tra Asia ed Europa, ha fatto registrare aumenti tra il 25 e il 30% a causa della riduzione di voli delle principali compagnie aeree dell’area geografica, come Qatar Airways ed Emirates.
Questa paralisi ha frenato l’intero comparto moda, a partire dal fast fashion. I marchi, abituati a consegne e produzioni frenetiche, ora devono fare i conti non solo con l’allungamento dei tempi, ma anche con l’aumento delle materie prime derivanti dal petrolio, come nylon e poliestere, usate per la realizzazione di capi fast fashion. Tantissimi prodotti restano quindi bloccati nei magazzini, col rischio di deperimento e di deprezzamento.
Anche il lusso frena: boutique chiuse e turisti in fuga
Se il fast fashion soffre, il segmento luxury sta affrontando un vero choc finanziario. Negli ultimi anni, le grandi case di moda hanno investito cifre enormi in città come Dubai, Doha e Riyadh, piccoli paradisi dorati che rappresentavano un’alternativa eccellente ai mercati europei e asiatici che stavano diventando asfittici. La regione del Medio Oriente, fino a pochi mesi fa, valeva tra il 5 e il 10% della spesa globale del lusso, ma oggi lo scenario sta profondamente cambiando.
Aziende come Chalhoub Group hanno chiuso punti vendita in Bahrain e ridotto il personale negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita. Kering ha temporaneamente chiuso delle boutique strategiche e limitato i viaggi dei suoi manager nell’area. Anche colossi come Amazon hanno registrato interruzioni logistiche in tutta la regione.
Naturalmente ci sono stati contraccolpi pesanti anche in Borsa e sui bilanci. LVMH ha segnalato a marzo un crollo delle vendite del 70% nel mercato mediorientale per alcuni dei suoi marchi. Kering ha registrato un calo dell’11% nella regione, mentre Hermès ha visto le proprie azioni cedere l’8% a causa del rallentamento della crescita.
Questi crolli in Borsa sono stati causati in gran parte dalle mancate vendite nei centri commerciali e nei negozi aeroportuali del Golfo, svuotati a causa del crollo del turismo internazionale.
L’impatto sul made in Italy
In questo scenario di profonda incertezza, sta pagando un prezzo molto alto il made in Italy. Il tessile-abbigliamento conta, in Italia, circa 400.000 addetti, un numero che fa capire quanto la moda sia importante a livello economico e lavorativo per il nostro paese.
Per le imprese italiane, l’area del Medio Oriente è un mercato vitale. Secondo i dati forniti da CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato), l’export italiano verso il Medio Oriente vale oggi circa 30 miliardi di euro, di cui quasi 10 miliardi generati dalle micro e piccole imprese. Il made in Italy, nel mercato mediorientale, oggi vale il doppio rispetto a quello cinese e questo è sufficiente per capire la portata enorme che ha il settore.
A questi numeri vanno poi aggiunti altri 20-30 miliardi di euro di esportazioni italiane che attraversano lo stretto di Hormuz per arrivare nell’Estremo Oriente.
Il Golfo Persico aveva registrato un vero boom per i prodotti italiani. Dal 2021, l’export verso quest’area è schizzato del 54%, trainato proprio dal settore moda che ha segnato un clamoroso +107%. Facile capire quanto un prolungamento del conflitto possa avere effetti devastanti sulla manifattura italiana, che sta perdendo una fetta di mercato centrale.
Un cambiamento inevitabile
Se il conflitto dovesse continuare, i grandi marchi possono solo sperare che i clienti altospendenti tornino a fare shopping nelle grandi capitali europee, come Londra, Milano o Parigi.
In ogni caso, quanto sta succedendo in Medio Oriente, pone interrogativi sul modello della moda che, anziché de-globalizzarsi, come hanno fatto molti settori, si è iper-globalizzato.
Il rischio, in un mercato iper-globalizzato, è proprio quello di restare incatenati a un sistema che potrebbe paralizzarsi o implodere per i più svariati motivi. Bisogna quindi ricostruire un modello più flessibile, con un piano B e anche un piano C a disposizione, per andare a investire in altri mercati se necessario, perché anche le vetrine più scintillanti del lusso possono scoprirsi estremamente fragili, se non protette adeguatamente.
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